Digital Cooperation Organization, Kuwait City – Una piccolissima ma strategica rappresentanza italiana, e una partecipazione europea leggermente più numerosa, sono state forse l'unico slancio verso l'Occidente di un appuntamento internazionale dedicato formalmente alla “digitalizzazione inclusiva e sostenibile”, ma con evidenti aspetti geopolitici e riflessi sulle alleanze strategiche a più ampio spettro. Wired Italia ha assistito, come unica testata italiana, ai lavori della quinta assemblea generale della Digital Cooperation Organization (Dco), organizzata nella capitale del Kuwait appena prima della guerra d'Iran – da qui la scelta di tardare nella pubblicazione del racconto – alla presenza di decine di ministri provenienti da oltre venti paesi, e rappresentanti di oltre sessanta. Il tutto in un contesto senz'altro meno visibile e spettacolare rispetto al non lontano India AI Summit che si è tenuto qualche giorno dopo, ma dedicato (ufficialmente) a un tema collegato: sviluppare la governance dell'intelligenza artificiale per una prosperità digitale globale.
Il Medio Oriente e l'Africa guardano all'Europa
Nonostante una presa di posizione piuttosto brusca verso l'Unione europea, con una critica aperta verso l'AI Act e l'obiettivo dichiarato di mettere a punto un regolamento “migliorativo”, l'attenzione strategica verso il Vecchio continente non è certo stata nascosta. Oltre a Grecia e Cipro, che figurano già tra i 16 stati membri ufficiali della Dco, è in corso l'iter di adesione della Polonia, e per la prima volta quest'anno è stato incluso con il ruolo di osservatore l'organizzazione europea Eit Digital, guidata dal ceo italiano Federico Menna.
Raggiunto da Wired, Menna ha spiegato come l'interesse sia reciproco: “L’Europa può rappresentare un modello globale di competitività e crescita sostenibile puntando sugli ecosistemi, più che sulla mera scala degli investimenti”, ha detto, citando anche l'interesse di vari paesi del Medio Oriente a costruire partnership con l'Europa e ad attivare servizi legati al digitale e alla formazione qualificata. “In questo contesto”, ha proseguito, “l’Italia è un ottimo esempio, in quanto emerge come un laboratorio naturale: una base scientifica solida, talenti diffusi e capacità di innovazione che nasce anche al di fuori delle grandi capitali. Se adeguatamente connessi, questi elementi possono generare crescita inclusiva e valore a livello europeo e globale”.
Atlante alla mano, la collocazione geografica degli stati già coinvolti è emblematica di quanto stia accadendo: la Dco da un lato ha uno zoccolo duro di paesi del Golfo e del Medio Oriente (Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar, Giordania e Oman), legato all'altro cluster che è quello africano (Marocco, Nigeria, Ghana, Gambia, Gibuti e Rwanda), con espansioni che vanno sia verso est con Pakistan e Bangladesh, sia verso ovest con i paesi del Mediterraneo che costituiscono vie privilegiate d'accesso verso il cuore dell'Europa.
Nuovi assetti internazionali mediati dal digitale
Se da un lato da Dco è istituzionalizzata nelle strutture sovranazionali di lungo corso – per esempio, ha lo status di osservatore all'assemblea generale delle Nazioni Unite – dall'altro è innegabile che la sua crescita sia legata all'impoverimento de facto di queste agenzie. La principale notizia passata tra le righe di due giorni di incontri, infatti, è l'ulteriore espansione che la Dco avrà a breve, con interlocuzioni in corso per l'adesione di Azerbaijan, Libano, Iraq, la già citata Polonia, la più complessa Palestina e, sopra tutti gli altri, la Cina. Il tutto anche a colmare un vuoto di presenza e di influenza lasciato in alcune regioni dagli Stati Uniti, in uno scacchiere diplomatico cui il digitale fa da cappello ma non sempre è il vero fulcro delle discussioni.
L'11 giugno la Dco ha anche annunciato il lancio della Global Expert Community, un'iniziativa per mobilitare in tutto il mondo esperti che possano intervenire a supporto della cooperazione digitale, come prima azione concreta annunciata dall'inizio del conflitto.
“Rispetto alle scorse assemblee generali, quest'anno si è colta da subito una maggiore partecipazione”, ci ha raccontato Giulia Ajmone Marsan, membro italiano del Global Foresight Network del World Economic Forum e oggi a capo della divisione dedicata a startup e inclusione digitale presso Eria, l'istituto di ricerca economica per il sud-est asiatico con sede nella metropoli di riferimento economico della regione, Jakarta.
“La Dco si sta interessando ai grandi poli dell'innovazione, a partire dalla Cina, e al multilateralismo delle tecnologie e della digitalizzazione, in un contesto che sta cambiando molto in fretta", ha spiegato. “E se i temi sono molto affini a quelli del Global Digital Compact (adottato dalle Nazioni Unite nel 2024, ndr), l'ulteriore elemento d'interesse qui sono le forti connessioni economiche tra Golfo e Africa, con un allargamento a est che dà forma a un corridoio interessante anche per l'Europa e l'Italia”. Insomma, economie in espansione “da corteggiare, o quantomeno da conoscere meglio, dato che sono ancora quasi sconosciute alle imprese italiane”, ha chiosato.
AI, le molte sfide ovvie e quella più ardua
Tutto il mondo è paese, anche con l'intelligenza artificiale. Ad ascoltare i rappresentanti istituzionali riuniti nel più rinomato hotel di Kuwait City e i molti esperti intervenuti al simultaneo International Digital Cooperation Forum (Idcf), le sfide su cui ci si sta concentrando sono tanto importanti quanto intuibili: l'Arabia Saudita punta sull'attrazione dei talenti, il Bahrain su come rendere l'Ai uno strumento di pace, l'Oman sulla digitalizzazione dei servizi, il Qatar sulle infrastrutture, il Ruanda su sanità, agricoltura e fintech, il Bangladesh su un'imminente legge nazionale, e si potrebbe continuare a lungo tra inclusione, empowerment femminile e accesso al credito per le startup.
A tentare di unificare il tutto, c'è stata anche una dichiarazione congiunta, e un'iniziativa collettiva di contrasto alla disinformazione online siglata insieme alla Camera di Commercio Internazionale, alla piattaforma araba Edraak e a TikTok, apparsa più una dichiarazione d'intenti che un'azione già operativa. Un'adesione formale all'iniziativa è arrivata anche da parte di Arab News, il più letto giornale in inglese nel Golfo, con sede a Riad in Arabia Saudita e dall'anno scorso disponibile anche in italiano.
Raggiunto da Wired, il direttore Faysal Abbas ha preferito non commentare ulteriormente l'iniziativa appena lanciata, mentre lo ha fatto la Segretaria generale della Dco (e capofila dell'organizzazione) Deemah Al Yahya: “La disinformazione è difficile da combattere, ne siamo consapevoli, ma il primo punto che vogliamo far passare è che la responsabilità non è solo dei governi ma anche degli innovatori, e in generale di tutti gli stakeholder. Per questo abbiamo iniziato a lavorare con i soggetti privati, perché servono tool, standard condivisi, principi guida, framework normativi e standard efficaci”. Un'azione complessa e che, come l'Europa e la comunità scientifica hanno ormai capito, non ha affatto un esito scontato.
Al di là delle singole iniziative, l'attenzione resta sul dare concretezza e ampiezza all'azione della Dco. “Nell'ultimo anno siamo passati dal dialogo all'attuazione, rafforzando la fiducia istituzionale nei paesi membri”, ha detto il ministro per le Comunicazioni, l'informazione e la cultura del Kuwait, Omar Saud Al-Omar, passando il testimone alla sua omologa Shaza Fatima Khawaja del Pakistan, che – oltre a essere diventato uno dei paesi chiave per i processi diplomatici della guerra in Medio Oriente – ospiterà salvo sorprese l'assemblea generale nel 2027.
In un breve incontro riservato, abbiamo chiesto ad Deemah Al Yahya quale aspetto ritenesse più sfidante: “La peculiarità della Dco è l'agilità e l'accogliere il punto di vista degli stati membri; più paesi entrano e più burocrazia ci sarà, per questo siamo molto attenti alle ragioni per cui nuovi paesi ambiscono ad aderire”. Il riferimento, implicito, non può che andare anzitutto alla Cina, che da sola sposterebbe senz'altro il baricentro dell'alleanza. “Nella Dco guardiamo ai paesi che vogliono accelerare la crescita scommettendo sull'economia digitale in modo inclusivo, colmando i gap che esistono tra settore pubblico e innovatori, oltre che puntando su un sistema che sia cooperativo tra paesi”, ha concluso.
Curiosamente, una simile tesi è stata pubblicata anche nel nostro paese a poche ore di distanza tra le pagine tradotte in italiano di Storia e futuro dell’ordine mondiale, scritto dall'ex presidente della International Studies Association Amitav Achatya: “Le nuove forme di cooperazione non si fonderanno esclusivamente sull'Onu e sulle sue agenzie. I governi, occidentali e non, […] saranno affiancati da una varietà di attori non statali, come imprese private e organizzazioni senza scopo di lucro, impegnate in cause diverse, dalla riduzione della povertà alla salute pubblica”. Già oggi, a meno di sei anni dalla fondazione, la Dco rappresenta quasi 3.500 miliardi di prodotto interno lordo e 800 milioni di persone, di cui oltre i due terzi al di sotto dei 35 anni d'età.




