Un anno e mezzo fa, al cinema, Timothée Chalamet vestito da Bob Dylan rispondeva a chi gli chiedeva cosa volesse essere con: "Qualunque cosa non vogliano che io sia". Ora il Michael Jackson interpretato da Jaafar Jackson (suo nipote) ha lo stesso problema, deve decidere cosa essere, e di nuovo la risposta sarebbe qualcosa che gli altri non vogliono che lui sia, cioè un artista solista. È principalmente il padre a non volerlo, mentre lui sente l'esigenza di essere libero, autonomo. A differenza di A Complete Unknown però Michael invece che rendere complicata questa battaglia la semplifica più che può fino a che non rimane uno scontro tra i buoni e i cattivi deciso improvvisamente, senza nessuna reale maturazione. È l’idea preconfezionata di fascino (essere riusciti a farcela) contro quella più sfuggente di carisma (esserci riusciti a farcela, diventando un villain).
Michael del resto è un film biografico voluto, promosso e co-finanziato dalla famiglia Jackson, un'operazione di santificazione che originariamente doveva rispondere a tutte le accuse di pedofilia che periodicamente ritornano, e solo per un cavillo legale è stato riconvertito a film su padri e figli. Dalle prime esibizioni con i Jackson 5 fino all'uscita dell'album Bad, la storia raccontata è quella di come Michael Jackson ha conquistato la propria autonomia ed è riuscito a svincolarsi dal giogo di un padre che voleva controllarlo.
Lungo questa storia raccontata con ampie ellissi e piccoli episodi, ogni 2-3 anni, Michael si premura più che altro di rispondere ai molti pettegolezzi (perché a un certo punto è diventato bianco? Cosa avevano i suoi capelli? Perché si è rifatto il naso? Perché aveva quell'atteggiamento infantile?). L’obiettivo è dare una motivazione a ogni cosa, così che alla fine "non sembri strano dopotutto". Quello e ovviamente mettere nel film quante più canzoni è possibile, in una lunga playlist intervallata da scampoli di trama, molto molto insufficienti, e accompagnata dal ballo, imitato perfettamente da Jaafar Jackson. È la celebrazione che ci si può aspettare, dietro cui però si può intravedere un film migliore che non è mai avvenuto.
A dirigere c'è Antoine Fuqua, che diventò famoso con Training Day, e poi ha girato film d'azione ma ha un passato di regista di videoclip, uno che ha fatto solo film molto migliori di questo pasticcio rattoppato con un finale senza senso. È la ragione per cui anche a visione finita rimane l’impressione che tutta una serie di suggestioni non siano casuali. Michael è infatti pieno di possibili spunti che non vengono mai davvero perseguiti, ma almeno ci sono. Che è molto più di quello che si può dire di Bohemian Rhapsody. Per esempio.
C'è prima di tutto un discorso più ampio su padri e figli, che va al di là del rapporto con padre biologico. La vita di Michael è raccontata come piena di padri che potrebbero sostituire il suo, dai primi produttori, alla guardia del corpo dai buoni consigli, fino a Quincy Jones e anche a un certo punto lo spietato Mike Myers che interpreta il capo dell'etichetta musicale CBS. Ma nessuno di questi padri entra mai davvero in una relazione dialettica con il protagonista, sono solo di supporto.
C'è poi un discorso sull'essere guardato: il problema di Michael fin da piccolo è che non può giocare con gli altri bambini perché è già una star, è già più immagine mediatica che essere umano e non lo guardano come gli altri. Nessuno lo guarda come una persona normale, nemmeno il padre che lo guarda sempre come un bambino, e allora si riempie la vita di animali che invece lo guardano come chiunque altro. Anche qui però si sceglie di non andare fino in fondo, rinunciando proprio nel momento in cui tutto si fa più interessante, quando cioè inizia a perdere connotati umani e a diventare davvero sempre più un’immagine mediatica, un personaggio e non una persona.
Talmente poco c’è l’intenzione di affrontare davvero qualcosa che nel finale, là dove qualcosa potrebbe essere affrontato, il film scambia l'equilibrio tra parti narrate e musicali, e le seconde diventano la regola, interrotte ogni tanto dalle prime (ma per poco eh!). Come se qualsiasi dubbio dello spettatore ("Ehi ma quella tenuta di Neverland non è quella in cui si dice fossero invitati i bamb…") andasse portato via dai ritornelli più famosi e orecchiabili di sempre.
Solo una di queste strade accennate riesce un minimo a convincere. È la maniera molto particolare in cui il film abbina l'atteggiamento fanciullesco di Michael, sempre sorridente, le musiche funky, molto ritmate e positive, con l'amarezza infinita della sua solitudine, senza amici, senza un padre amorevole e senza nessuno con cui confrontarsi se non la sua guardia del corpo. È una curiosa forma di agrodolce che a differenza del resto del film sembra scritta e diretta da un essere umano e non da un avvocato. Per il resto Michael è un film immerso nella melassa, tagliato con l'accetta che fa del suo protagonista la persona migliore del pianeta. Per questo non è mai credibile, ma falsissimo. Come si può credere a uno che ritrae il padre parlare di affari con Don King con sigaro e cognac davanti a un camino come se fossero l'impero del male? Eppure in tutto questo, quella terribile solitudine è vera ed è l'unica forma di empatia che si può provare lungo la visione.





